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Indietro Savoia!

Lo confessiamo. Abbiamo assistito con una certa apprensione alla fase finale del Festival di Sanremo. Col timore, per dirla tutta, che un plebiscito annullasse simbolicamente il referendum istituzionale del 1946. È vero: Sanremo è Sanremo, la Repubblica è la Repubblica e la XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che vietava agli eredi maschi di casa Savoia di rientrare in Italia, è stata abolita otto anni fa, cioè molto prima che Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, compatisse l'ultimo erede maschio che la sorte ci ha inferto con quel lamentoso «Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente».

Ma è proprio questo il punto: che c'entra «Pur non avendo fatto niente?». Ora, non ci sono dubbi che Emanuele Filiberto, o come diavolo si chiama, non abbia mai combinato niente. Ma è anche assolutamente certo che i padri costituenti, quando decisero di interdire il suolo patrio ai discendenti dei Savoia, non sospettavano che tra loro ci sarebbero stati personaggi del calibro di Vittorio Emanuele, il papà di Filiberto, il quale, nel 1997, a un giornalista che gli domandava se ritenesse di doversi scusare per le leggi razziali promulgate dal suo omonimo bisnonno, rispose: «No, perché io non ero neanche nato». (Che poi, a pensarci bene, è la stessa tesi sostenuta nel mieloso lamento di Ghinazzi).
Forse, se avessero avuto la palla di vetro, e avessero potuto vedere le opere degli eredi Savoia, i padri costituenti avrebbero approvato anche con maggiore convinzione la XIII disposizione transitoria (e magari non l'avrebbero resa transitoria), ma la ragione per cui la norma fu emanata prescindeva dalle qualità intellettuali e morali, e anche canore, dei discendenti di Umberto Biancamano. Si trattava di tutelare da tentazioni autoritarie e dinastiche una democrazia e una repubblica giovanissime, venute al mondo dopo vent'anni di fascismo e di vessazioni e di guerre patite in nome del duce e del re. Fu questo l'argomento sostenuto, tra gli altri, da Giuseppe Dossetti e da Aldo Moro.

Sia chiaro, se anche avesse trionfato lo sgangherato trio dell'ipocrita «Italia amore mio», l'assetto istituzionale del Paese non avrebbe corso più pericoli di quelli, abbastanza gravi, che già corre. Ma, proprio perché Sanremo è Sanremo, ed è di appena due anni più giovane della nostra Costituzione, il successo di un lacrimoso svarione storico ed estetico avrebbe in qualche modo simbolicamente segnato un'altra tappa della degenerazione della nostra memoria.
Che poi, nell'evento più caro alla Rai, per il secondo anno consecutivo abbia trionfato un cantante lanciato in un programma di Mediaset, rende magrissima e anche un po' amara la consolazione. E il fatto che quel programma di Mediaset sia condotto dalla moglie del conduttore che, a Sanremo, è stato incaricato di aprire le porte agli operai e alla politica, dà a tutta questa sbalorditiva vicenda il sapore di una guerra tra case regnanti vecchie e nuove e suona come una beffarda metafora della situazione presente. Davanti alla quale ognuno reagisce come può. Salendo su un tetto o stracciando uno spartito.
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by testintesta

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