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Le mani della mafia sul Ponte sullo Stretto – Cosa Nostra e ‘ndrangheta volevano spartirsi la grande opera sponsorizzata da Berlusconi

Tre anni e sei mesi di reclusione e due anni di libertà vigilata. È il verdetto emesso dal Tribunale di Roma nei confronti di Giuseppe Zappia, l’anziano ingegnere italo-canadese accusato di aver prestato le proprie competenze professionali a favore dell’organizzazione criminale nordamericana capeggiata da don Vito Rizzuto che intendeva investire 5 miliardi di euro nella realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Nel riconoscere Zappia responsabile del reato di associazione per delinquere, la Corte lo ha però assolto dall’accusa di turbativa d’asta relativamente alla partecipazione alla gara per la scelta del general contractor dell’opera di collegamento stabile tra Sicilia e Calabria.
Il professionista era stato arrestato a Roma il 12 febbraio 2005, subito dopo aver concorso al bando di pre-qualifica con una società di 30 mila euro di capitale, la Zappia International, che aveva in busta paga alcuni professionisti internazionali incaricati della gestione finanziaria dell’operazione e di programmare appuntamenti con i massimi vertici istituzionali, finanche con il presidente del Consiglio (Berlusconi) e con il ministro delle Infrastrutture (Lunardi).
“Ho parlato con quelle persone che erano molto interessate del fatto che un’impresa con capitali arabo-canadesi intende costruire il ponte finanziando l’opera per intero”, rivelava confidenzialmente l’ingegnere in una telefonata del 5 marzo 2004. “Ho ricevuto indicazioni di mandare un fax con la proposta alla segreteria del presidente della società Stretto di Messina”.
Un mese più tardi Zappia informava un consulente legale di una lunga riunione con gli ingegneri e gli avvocati della concessionaria e di un’altra riunione con il segretario particolare dell’allora ministro Enrico La Loggia. L’ingegnere spiegava: “Sono già stato alla sede romana della Stretto di Messina. Non ti posso riferire adesso quello che ci siamo detti in quelle ore, ma hanno deciso che l’uomo che farà il ponte sarò io perché posso gestire i problemi in quell’area del Paese. Sono calabrese!”.


I potenziali concorrenti manifestavano già qualche difficoltà a reperire i fondi necessari per avviare il progetto, ma Giuseppe Zappia si dichiarava disponibile a offrire gli ingenti capitali per completare i lavori. “Il bando di concorso: chi vuole partecipare deve pagare sei milioni di euro. Ma loro hanno duecento…due miliardi e mezzo. E quelli lì non bastano per fare il ponte”, spiegava Zappia.
Intanto si tessevano possibili alleanze con alcune delle maggiori società di costruzioni in corsa per l’affaire: il colosso francese Vinci (partecipante alla pre-qualifica in associazione temporanea con Impregilo); Bouygues, anch’essa francese ma partner dell’Ati a guida Strabag; l’italiana Fincosit alleata di Astaldi.
Alla fine però la Zappia International si presentava da sola e con una proposta di appena tre cartellette dattiloscritte. Il piano tecnico-finanziario prevedeva un costo di realizzazione variabile tra i 3 e i 4 miliardi di dollari e la consegna del Ponte in tre anni grazie all’impiego di turni di lavoro notturno.
Per tutelare i cantieri e scongiurare eventuali reazioni delle cosche, si proponeva l’intervento dell’Esercito. L’offerta veniva però respinta dalla Commissione di valutazione perché non rispondente ai requisiti del bando di gara. L’avventura si concludeva con l’arresto dell’ingegnere e l’identificazione delle trame mafiose d’oltreoceano che puntavano ad egemonizzare la costruzione del Ponte.


Che Zappia conoscesse l’identità criminale dei partner canadesi e la stessa entità criminogena della megaopera lo prova il contenuto di una sua conversazione (1 agosto 2003), in cui si parla espressamente di don Vito Rizzuto. “Io non posso farmi vedere con lui, mi capisci?”, dichiarava l’ingegnere. “Sì, anche se io vengo a Montreal non posso rischiare di farmi vedere, perché una volta che mi vedono con lui, la mia reputazione è finita”.
Poi una nota di entusiasmo: “Se tutto va bene io farò il ponte di Messina e quando farò il ponte, l’amico lo faccio ritornare. Sì, quando farò il ponte, con il potere politico che avrò io in mano, tornerà lui qui. Perché lì si deve fare il ponte tenendo contenti tutti quelli della Sicilia, la gang, capisci? In questo affare c’è moneta per loro. Ti dico un’altra cosa: è che c’è un lato la mafia, la Sicilia. Di quell’altro posto c’è la ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta calabrese è più forte della cosa siciliana. Sono più organizzati i calabresi che i siciliani. Allora la ’ndrangheta è più forte della mafia…”.


di Antonio Mazzeo
ilfattoquotidiano.it


*Alle vicende giudiziarie di Giuseppe Zappia e all’interesse delle organizzazioni criminali nordamericane alla realizzazione del Ponte sono dedicati i primi due capitoli del libro “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (A. Mazzeo, Edizioni Alegre, Roma), in pubblicazione proprio in questi giorni.


PER APPROFONDIRE LEGGI ANCHE:
I SIGNORI DEL PONTE
I PADRINI DEL PONTE, IL LIBRO DI ANTONIO MAZZEO
IL PONTE E LE MAFIE: UNO SPACCATO DI CAPITALISMO REALE

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